Alzheimer: finalmente luce

Il 22 ottobre Biogen ha completamente sorpreso tutti: un'analisi approfondita dei dati clinici raccolti in due recenti grandi studi dichiarati falliti a marzo dimostrerebbe invece che il suo anticorpo aducanumab contro la beta-amiloide depositata nella corteccia cerebrale di persone con Alzheimer è efficace nel rallentare la progressione della malattia.

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Aggregati patologici di Beta-Amiloide nelle placche senili (sinistra) e Tau nelle neurofibrille (destra) nella corteccia cerebrale affetta da Alzheimer. Individuate più di 100 anni fa sono ora l'obiettivo principale dei moderni approcci terapeutici.

I dati degli studi EMERGE and ENGAGE sarebbero sufficienti per chiedere l'approvazione del farmaco e portarlo sul mercato. Sarebbe il primo farmaco in assoluto con un approccio causale e un'efficacia dimostrata su migliaia di persone arruolate in due grandi studi di fase 3.

Avrebbe probabilmente un costo esorbitante. Ma sarebbe una pietra miliare dopo il fallimento di innumerevoli studi precedenti e confermerebbe che le strategie terapeutiche anti-amiloide sono giustificate e da riprendere e continuare, dopo essere state da poco abbandonate in un clima di generale frustrazione dalla stessa Biogen e da altri grandi nomi come Pfizer.

La beta-amiloide è una delle due proteine già descritte sotto forma di placche microscopiche da Alois Alzheimer nel 1907 nella sua prima pubblicazione intitolata "Una patologia particolare della corteccia cerebrale". La seconda proteina sempre da lui individuata è la proteina tau, e sono infatti in corso numerosi studi che cercano di rimuovere i patologici aggregati di questa proteina dalla corteccia per rallentare o bloccare l'evoluzione della malattia possibilmente già prima che si manifestino i primi sintomi come dimenticanze o difficoltà organizzative anche leggere. Bisogna intervenire infatti molto precocemente: con le moderne tecnologie d'immagine (PET-amiloide) si riesce a identificare persone a rischio non ancora affette da sintomi, e sono queste le persone che oggi vengono arruolate nei grandi studi in corso.

Per tutti gli altri rimane pure molto da poter fare in senso preventivo, per conservare anche nell'età più avanzata un cervello sano con riserva cognitiva, che così non viene facilmente affetto anche se dovesse esserci un po' di patologia degenerativa a livello corticale. La prevenzione è semplice:

> essere attivi, soprattutto muoversi, anche con passeggiate un po' veloci per 15 minuti per 5 giorni a settimana (la mia raccomandazione standard per pazienti con deficit leggeri)

> evitare di danneggiare il cervello con ipertensione, glicemia, colesterolo non controllati e fare perciò attenzione a questi fattori di rischio

> evitare ovviamente il fumo, che oltre al cancro al polmone e infarti del miocardio causa arteriosclerosi dei piccoli vasi con ischemie e micro-ischemie, che accumulandosi negli anni bruciano tessuto cerebrale poi poco resistente ad altri processi degenerativi come la malattia di Alzheimer.

C'è ora parecchia speranza e possibilità, insomma, almeno per le persone oggi ancora in buona salute cognitiva. Il fatalismo oggi non è più giustificabile. Diversa purtroppo la situazione per chi ha già deficit cognitivo da anni con danni cerebrali accumulati da tempo: niente da fare, oltre al supporto e alla cura di sintomi secondari come le frequenti depressioni e agitazioni delle persone che purtroppo hanno perso la loro autonomia. Da 20 anni sono sul mercato farmaci come Donepezil, Rivastigmina o Memantina, ma i loro effetti sono scarsi e spesso causano più che altro effetti collaterali. E non sono diretti verso la causa, come i nuovi farmaci attualmente in via di sviluppo anche in Italia. Chi fosse interessato per se o un suo parente a partecipare in uno degli attuali studi (unica possibilità per accedere alle nuove terapie) mi mandi una
email qui.

Ottimo riassunto sui motivi che hanno convinto il team di Biogen a riaprire la strada all'approvazione del farmaco (in inglese).