Sclerosi multipla: nuovi anticorpi (rituximab)

Mentre molti pazienti con sclerosi multipla con le attuali terapie immunomodulatori (beta-interferone e copaxone) hanno un decorso relativamente mite della loro malattia, una minoranza può sviluppare un quadro clinico severo con recidive frequenti e rapido avanzamento dei deficit neurologici. Fino ad alcuni anni fa non vi erano rimedi in questa situazione e l'unica opzione erano ripetuti corsi di cortisonici ad alto dosaggio e un eventuale aumento del dosaggio di beta-interferone.
In seguito è stato approvato il mitoxantrone come terapia aggiuntiva, molto efficace nella stabilizzazione del decorso, ma limitato nel suo impiego ripetuto per la sua cardiotossicità.

Due anni fa è stato introdotto il
natalizumab (Tysabri), un anticorpo monoclonale contro una molecola adesiva che intermedia il passaggio dei linfociti nel tessuto cerebrale. Anticorpi monoclonali sono proteine derivate dagli anticorpi naturali che si legano in modo molto specifico ad altre proteine causando la disattivazione di queste proteine oppure la distruzione dell'intera cellula su cui le proteine si trovano. Il natalizumab è molto efficace nella riduzione delle recidive e delle lesioni infiammatorie, ma può, se associato a terapia con altri immunomodulatori come il beta-interferone, provocare un serio effetto collaterale, la leucoencefalopatia progressiva mutlifocale. È perciò attualmente riservato a pazienti con sclerosi multipla remittente grave ad evoluzione rapida nonostante una terapia con beta-interferone.


Dopo la pubblicazione di questo
nuovo e importante studio, è possibile che il rituximab sarà il prossimo farmaco disponibile per questa stessa situazione. Nei 69 pazienti trattati nello studio la frequenza delle recidive si è circa dimezzata rispetto a quanto è avvenuto nei 35 pazienti non trattati. Questo effetto era sostenuto, essendo presente ancora 48 settimane dopo la somministrazione di rituximab. Rituximab è un anticorpo già in commercio (Mabthera) per la terapia dell'artrite reumatoide e di linfomi (proliferazione incontrollata di linfociti) non Hodgkin. È diretto contro una molecola di superficie (CD20) dei linfociti B dei quali produce una forte diminuzione temporanea, riducendo così l'attività auto-immunitaria.


Lo studio sottolinea il ruolo dei linfociti B, oltre a quello tradizionalmente studiato dei linfociti T, nella patologia della sclerosi multipla, un ruolo non del tutto inaspettato in quanto anche il mitoxantrone sembra avere un
effetto prevalente sulla proliferazione dei linfociti B.

Sono ora attesi i dati di uno studio in corso in cui il rituximab è impiegato nella terapia della sclerosi multipla progressiva primaria, di cui finora in nessun modo si è riusciti a rallentare la progressione. L'idea di applicare alla sclerosi multipla anticorpi originariamente sviluppati per altre indicazioni non è nuova, ma non sempre di successo: alemtuzumab (Campath) ad es. ha avuto scarso successo
dal 1996 in quanto può peggiorare i sintomi, anche se recentemente viene riproposto per decorsi aggressivi della malattia. Un altro anticorpo di grande successo (etanercept, Enbrel) non sembra addatto perchè addirittura in grado di provocare patologie demielinizzanti.


Ultimo della serie: daclizumab, un anticorpo contro le cellule T, che in un
recente studio su pochi pazienti ha dati risultati incoraggianti, ma ancora molto preliminari.