Alzheimer e litio: novità intriganti
08 08 25

Immagine di due placche amiloidi
È stato pubblicato su “Nature” due giorni fa un lavoro di ricerca della statunitense Harvard Medical School a Boston che indica una possibile rivoluzione per la malattia di Alzheimer, che secondo me e con la mia personale esperienza in questo campo di ricerca è la pubblicazione più significativa degli ultimi trent’anni, da quando la beta-amiloide è stata identificata come un elemento centrale nella neurodegenerazione della malattia di Alzheimer.
a cura del Dr. Reinhard Prior - Specialista e Docente di Neurologia
Studio di Neurologia Roma
Studio di Neurologia Bari
Per la malattia di Alzheimer fino a oggi non ci sono purtroppo opzioni significative di terapia. Perfino il recente progresso con l’approvazione degli anticorpi (Donanemab e Lecanemab) che rimuovono gli accumuli di beta-amiloide dalla corteccia cerebrale lascia molti dubbi, in quanto si tratta di terapie estremamente costose (25.000 dollari per anno negli Stati Uniti) che richiedono un monitoraggio continuo, sempre costoso e complicato, per prevenire eventuali effetti indesiderati, anche letali. Inoltre, hanno efficacia modesta: rallentano semmai, ma non fermano, la neurodegenerazione e il declino cognitivo, che procede comunque. Non si è finora mai sentito di una terapia che potrebbe fermare il declino o addirittura portare a un miglioramento di sintomi ancora lievi come le difficoltà con la memoria a breve termine e l’orientamento temporo-spaziale.
Lo studio ora pubblicato ha esaminato le proprietà elettriche dei vari sali di litio e in seguito ha analizzato con quale affinità i vari sali si legano alla beta-amiloide. Se un sale di litio ha alta affinità, le placche di amiloide sequestrano il litio, che invece è un metallo fondamentale per la funzione neuronale come anche il sodio, il calcio, il magnesio e il rame. Il litio manca perciò all’interno dei neuroni, riducendo la loro funzione normale. Un particolare sale di litio, l’orostato di litio, è stato identificato come il litio più adatto a non legarsi all’amiloide e a rimanere disponibile a essere assunto dai neuroni.
La ricerca è in seguito proseguita su un modello di topi transgenici, modificati in modo da produrre quantità elevate di beta-amiloide e riprodurre la patologia tipica della malattia di Alzheimer umana. E si è visto che non solo si ferma la patologia quando ai topi viene somministrato orostato di litio, ma sono addirittura completamente reversibili i deficit di memoria e dell’orientamento che i topi con Alzheimer sviluppano come gli esseri umani con Alzheimer.
La terapia con litio era stata studiata in vari trial clinici su pazienti con Alzheimer e altre malattie neurodegenerative con risultati poco convincenti, usando quasi sempre il carbonato di litio, altro sale di litio, disponibile in commercio come farmaco (ad es. Carbolithium™) e usato normalmente come stabilizzante nel disturbo bipolare e nelle depressioni (non si sa come funzioni, ma funziona). Il carbonato di litio ha un’alta affinità alle placche di amiloide e impoverisce il restante tessuto e i neuroni di litio. Probabilmente per questo non ha avuto benefici significativi nel declino cognitivo. L’orostato di litio invece non è mai stato studiato sull’uomo. Ma (dulcis in fundo) è liberamente disponibile in commercio, non come farmaco ma come parafarmaco, a un costo irrisorio rispetto agli anticorpi che devono ancora arrivare anche in Italia come farmaco. Potrebbe essere di grande beneficio nel declino cognitivo lieve. Sembra troppo fantastico per crederci. Vedremo.
Articolo originale su Nature
Editoriale su Nature
Studio di Neurologia Roma
Studio di Neurologia Bari
Per la malattia di Alzheimer fino a oggi non ci sono purtroppo opzioni significative di terapia. Perfino il recente progresso con l’approvazione degli anticorpi (Donanemab e Lecanemab) che rimuovono gli accumuli di beta-amiloide dalla corteccia cerebrale lascia molti dubbi, in quanto si tratta di terapie estremamente costose (25.000 dollari per anno negli Stati Uniti) che richiedono un monitoraggio continuo, sempre costoso e complicato, per prevenire eventuali effetti indesiderati, anche letali. Inoltre, hanno efficacia modesta: rallentano semmai, ma non fermano, la neurodegenerazione e il declino cognitivo, che procede comunque. Non si è finora mai sentito di una terapia che potrebbe fermare il declino o addirittura portare a un miglioramento di sintomi ancora lievi come le difficoltà con la memoria a breve termine e l’orientamento temporo-spaziale.
Lo studio ora pubblicato ha esaminato le proprietà elettriche dei vari sali di litio e in seguito ha analizzato con quale affinità i vari sali si legano alla beta-amiloide. Se un sale di litio ha alta affinità, le placche di amiloide sequestrano il litio, che invece è un metallo fondamentale per la funzione neuronale come anche il sodio, il calcio, il magnesio e il rame. Il litio manca perciò all’interno dei neuroni, riducendo la loro funzione normale. Un particolare sale di litio, l’orostato di litio, è stato identificato come il litio più adatto a non legarsi all’amiloide e a rimanere disponibile a essere assunto dai neuroni.
La ricerca è in seguito proseguita su un modello di topi transgenici, modificati in modo da produrre quantità elevate di beta-amiloide e riprodurre la patologia tipica della malattia di Alzheimer umana. E si è visto che non solo si ferma la patologia quando ai topi viene somministrato orostato di litio, ma sono addirittura completamente reversibili i deficit di memoria e dell’orientamento che i topi con Alzheimer sviluppano come gli esseri umani con Alzheimer.
La terapia con litio era stata studiata in vari trial clinici su pazienti con Alzheimer e altre malattie neurodegenerative con risultati poco convincenti, usando quasi sempre il carbonato di litio, altro sale di litio, disponibile in commercio come farmaco (ad es. Carbolithium™) e usato normalmente come stabilizzante nel disturbo bipolare e nelle depressioni (non si sa come funzioni, ma funziona). Il carbonato di litio ha un’alta affinità alle placche di amiloide e impoverisce il restante tessuto e i neuroni di litio. Probabilmente per questo non ha avuto benefici significativi nel declino cognitivo. L’orostato di litio invece non è mai stato studiato sull’uomo. Ma (dulcis in fundo) è liberamente disponibile in commercio, non come farmaco ma come parafarmaco, a un costo irrisorio rispetto agli anticorpi che devono ancora arrivare anche in Italia come farmaco. Potrebbe essere di grande beneficio nel declino cognitivo lieve. Sembra troppo fantastico per crederci. Vedremo.
Articolo originale su Nature
Editoriale su Nature
